Il prezzo del grano e la qualità

Cosa c’entra la globalizzazione dei mercati, il prezzo del grano e i veleni nel piatto?

C’entra eccome perché i mercati quando quotano i prezzi delle commodities, cioè di quei beni non deperibili come alcuni prodotti agricoli non vanno troppo per il sottile, stra-fregandosene di quelle che possono essere le conseguenze sul piano della qualità. Già il fatto che classificano prodotti destinati all’alimentazione come beni non deperibili (leggi la lista qui https://goo.gl/yW9jL0 ) la dice lunga su come il cibo viene considerato dai mercati: alla stregua del petrolio o dei metalli.

E così se il prezzo è conveniente cosa vuoi che gli importa della qualità a chi il grano lo comprà in borsa? È esattamente quello che sta succedendo in questo periodo al mercato del frumento, il cui prezzo sta progressivamente crollando, portandosi dietro per forza di cose anche il grano di qualità. Ad imporre il prezzo sono i grandi produttori come il Canada o la Russia.

E il grano come arriva in Italia da paesi così lontani?

Via nave, naturalmente. Con tutti i difetti legati a questo genere di trasporti: in primis il rischio di avere parti del carico attaccati dalle muffe che generano le cosiddette aflatossine (cancerogene). Meglio sarebbe usare grano italiano che non subendo lo stress di un lungo viaggio in nave è certamente più sicuro. Nei porti ci sono i controlli, d’accordo. Ma siamo sicuri che sono così efficaci e puntuali? Dice l’industria alimentare: in Italia la superficie coltivata a grano (grossomodo: duro al sud e tenero al nord anche se questa storica divisione sta spostando i suoi confini) consente di coprire solo il sessanta per cento della domanda di frumento, il restante quaranta dobbiamo importarlo. È vero, ma i terreni incolti, il ritorno all’agricoltura e la domanda di prodotti di qualità potrebbero progressivamente mettere le ali alla nostra produzione cerealicola. Ne avremmo tanto da guadagnare. Pensate che a differenza di chi insegue prezzi sempre più bassi, i piccoli pastifici stanno attenti anche all’annata del grano evitando di produrre con frumento che stato stoccato troppo a lungo nei silos.

Ma se una tonnellata di grano italiano costa quanto quella di frumento che arriva da oltreoceano, magari mescolato con gli avanzi dell’annata precedente, come si fa a tenere alta la qualità? È quello che si stanno domandando proprio in questi giorni i produttori di grano biologico perché se anche le borse merci italiane non vanno troppo per il sottile e guardando alle tendenze di quanto accade a Chicago (dove si fissa il valore delle commodities agricole, diventando per forza di cose un riferimento) cercano di spuntare prezzi bassi anche per il frumento pregiato, sono guai.

In un anno il duro biologico (buona parte del quale è di grani antichi, quindi frumento di altissima qualità) è passato da 520 euro a tonnellata a 380 euro, significa un crollo del 27 per cento. Una vera e propria mazzata per un settore, quello del biologico, che è in crescita ma è che pur sempre marginale (e quindi lotta per crescere).

Le aziende che lavorano nel biologico e che tengono alto il valore della qualità provano ad alzare la voce ma chi li ascolta?

Chi amministra questo paese è assai distratto rispetto a questi (apparentemente) piccoli problemi di vita quotidiana. Distratto e rassegnato, come se alla globalizzazione non ci fosse ormai rimedio. Invece sull’alimentazione, se tutti noi facessimo più attenzione alla qualità che in definitiva vuol dire salute, qualcosa si può ancora fare.

ALESSANDRO GAETA

 

In questo brano tratto dal film Una poltrona per due di John Landis (1983) una divertente parodia di cosa può accadere sul mercato delle commodities                                           

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