Glifosato, un veleno da mangiare

Che il glifosato sia un veleno non c’è dubbio: è il diserbante più efficace e più venduto al mondo. Ammazza tutte le erbe infestanti che incontra sul suo cammino. L’ha messo sul mercato la Monsanto con il nome di Roundup trasformando questo marchio commerciale in una garanzia di efficacia contro tutte quelle erbe che intralciano lo sviluppo e la crescita del seminato.

Prima che il brevetto scadesse e che i prodotti a base di glifosato potessero venir prodotti anche da altre grandi compagnie dell’agrochimica, la Monsanto ha lanciato sul mercato i semi Roundup Ready che fanno nascere piante di soia, cotone, mais e colza Ogm modificate apposta per resistere al glifosato. Un circuito perverso che utilizzando semi che grazie alle modifiche genetiche sono anche sterili rendono l’agricoltore totalmente dipendente dalla Monsanto. Tanto per dare un’idea (i dati non sono molto aggiornati ma sono comunque indicativi), nel 2005 la soia Roundup Ready rappresentava l’87 per cento della produzione di tutti gli Stati Uniti e il 60 per cento a livello globale. Ad abbassare la media è certamente l’Europa dove, forse per una maggior attenzione dell’opinione pubblica, le coltivazioni Ogm non hanno preso piede come nel resto del mondo. Ma se fosse solo un problema di mercato il problema con la globalizzazione sarebbe purtroppo ormai relativo.

Il punto più controverso riguarda la sua tossicità. A marzo la Iarc, l’Agenzia per la Ricerca sul Cancro dell’Organizzazione Mondiale della Sanità ha definito il glifosato “probabilmente cancerogeno” basandosi su diverse pubblicazioni scientifiche che avevano evidenziato un rischio di sviluppare tumori del sistema linfatico negli agricoltori e in chi viene esposto anche indirettamente a massicce dosi di glifosato irrorato sui campi.

Ma a guardar bene le ricerche e i risultati di analisi e test, si vede che il rischio non riguarda solo chi lavora nei campi o chi ci vive molto vicino perchè tracce di glifosato sono state trovate in tantissimi alimenti coltivati: dal cavolfiore alle fragole, dai porri alle lenticchie, dai fichi ai fagioli ma anche nei cereali e quindi nei prodotti a base di frumento come il pane e la pasta. Alla faccia del periodo di cadenza,l’intervallo di tempo tra l’ultima irrorazione di fitofarmaci e l’immissione in commercio del prodotto agricolo che dovrebbe garantirci da un livello molto basso di chimica di l verdetto dell’agenzia delle Nazioni Unite ha spaccato la scienza, soprattutto in Europa dove la Commisione Europea sta per decidere se mettere o no al bando il potente diserbante.

Da una parte le ricerche indipendenti che in larga parte ritengono il glifosato potenzialmente pericoloso per la salute, dall’altra studi finanziati dalle diverse aziende che lo utilizzano per i loro prodotti. Secondo un’inchiesta di Die Zeit uno dei più prestigiosi settimanali tedeschi che trovate tradotto nel numero in edicola di Internazionale il rapporto del Bfr (l’istituto tedesco per la valutazione del rischio) che ha assolto il glifosato definendolo “non cancerogeno” si basa proprio su studi che le aziende dell’agro-chimica hanno fatto realizzare per poter chiedere l’autorizzazione a vendere i propri prodotti nei paesi dell’Unione Europea. Insomma il rigoroso istituto tedesco ha fatto come quel cliente che all’osteria chiede com’è il vino. E cosa vuoi che risponda l’oste? Buono.

Il problema non riguarda solo la Germania perchè il parere  del Bfr tedesco ha  condizionato prima l’Efsa, l’agenzia europea per la sicurezza alimentare (anche lei ha dato parere positivo all’uso del glifosato) e poi la Commissione Europea che nonostante l’allarme della Iarc  ha rinviato ogni decisione a data da destinarsi.

Mentre noi nel piatto continueremo a trovare un po’ di glifosato “probabilmente cancerogeno” .

 

ALESSANDRO GAETA

 

Riporto di seguito il video un fotografo argentino emergente che ha deciso di realizzare un reportage di quelli davvero tosti. Come Davide contro Golia, i suoi nemici sono il glifosato e la Monsanto.

 

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