Gli spaghetti tra muffe e pesticidi

Non solo il grano ma anche gli spaghetti. Dopo Veleni nel piatto? che ha rilanciato il tema della qualità della semola prodotta con i grani antichi e del glutine rinforzato contenuto nel frumento moderno, ecco un’altra inchiesta giornalistica che mette in discussione la qualità del piatto principe della cucina italiana: la pasta.

L’ha pubblicata la rivista Il Test-Salvagente nel numero che in questi giorni è in edicola, puntando l’indice sui residui di pesticidi presenti in quattro marche di spaghetti su 15 analizzate. Si tratta di una presenza inferiore ai limiti di legge ma poiché i pesticidi in un prodotto trasformato sarebbe meglio non ci fossero affatto, il dato resta significativo.

Se a questo si aggiunge che nello stesso campione di spaghetti analizzati cinque marche su quindici registrano la presenza di una micotossina chiamata Don (deossinivalenolo) che rispetta i limiti per gli adulti ma non quelli per i bambini sotto i tre anni di età, la considerazione che viene da fare è che il frumento che si usa nella grande industria pastificatoria andrebbe controllato meglio.

Ricordate l’articolo Tempi moderni, giorni difficili che abbiamo pubblicato il 6 febbraio? Si parlava proprio dei continui arrivi nel porto di Bari di navi cariche di frumento dall’estero. Si tratta di mercantili che fanno la spola con il Mar Nero dove imbarcano grano russo o che attraversano l’Atlantico per trasportare in Italia frumento coltivato in Nordamerica.

E’ quello il grano più a rischio, perché è l’umidità e la lunga permanenza nei silos che favoriscono la formazione di queste muffe. L’altra considerazione che viene da fare per la presenza nella pasta di queste muffe vietate ai bambini sotto i tre anni è che la strada per etichette davvero trasparenti che informino il consumatore non solo sugli ingredienti ma sui rischi di eventuali presenze indesiderate negli alimenti è ancora lunga.

L’industria alimentare è sempre restia a dare informazioni dettagliate sugli ingredienti. Pensate all’olio di palma che è obbligatorio indicare in etichetta dal dicembre 2014. Se non ci fosse stato quell’obbligo non ci sarebbe stata l’allerta di medici e ricercatori su questo grasso vegetale e i consumatori avrebbero continuato a mangiare un ingrediente considerato poco salutare e di scarsa qualità. La trasparenza non è mai abbastanza e quando il giornalismo fa il suo dovere i risultati si vedono.

 

 

ALESSANDRO GAETA

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